L’avevo già raccontata, la zia Carolina.

La ricordo da sempre con i capelli bianchi scompigliati corpulenta con occhi azzurri e sguardo coriaceo, indurito dalla vita, con lei, altrettanto spietata.

Era la sorella del nonno, la più “vecchia” dei 5 figli.

Da lei penso di aver preso i polpacci e il piacere di cucinare. Gli occhi niente da fare.

Non so se amasse lavorare la terra ma nella Lomellina, nel suo giardino, aveva anche i meloni, angurie e un orto da far invidia. Coltivava anche  il granoturco, a maturazione lo stendeva nel granaio ad essiccare, per le galline. Le ovaiole, livornesi. Pescava le rane direttamente nel canale, quando ero piccola pullulavano. Si spostava con la sua vecchia bicicletta da donna, nera, con i freni a bacchetta, la canna di bambù tra le mani, la conservavo ma qualche anno fa qualcuno l’ha rubata. Ci attaccava un filo di nylon e la buccia di salame all’estremità, catturava così le povere rane che poi mi cucinava e ahimè erano buonissime.

Mantecava il risotto nella sua cucina economica, lo tostava al punto giusto,  quello che neanche gli chef mi hanno mai propinato. Era un’arte la sua, inconsapevole  nella sua perfetta semplicità. Impacchettava le uova nella carta  di giornale, per me era il rito da osservare, quelle strane situazioni che generano pace e brividi di vita. Ancor oggi i quotidiani accanto alle uova me la ricordano. Aveva una manualità spedita e sicura, seppur con le mani bitorzolute e segnate dall’età e dal gran lavoro, nel disporre le uova in fila a tre e poi di nuovo arrotolate su se stesse ad aggiungere le altre Il pacchetto era perfetto. Tornavo a casa con le uova che la nonna mi preparava per merenda, sbattute con lo zucchero.  Le uova sono qualcosa che mi lega alla mia famiglia. Avete anche voi un “ovo di famiglia”?

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le foto sono di proprietà rossotibet

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